Tremulo oltre il fondo dello specchio
un fremito attraversa l’uggia della
pagina grigia. Immagini s’attardano
sul torbido bacio d’acqua che piano
consuma, incerta bruma, gli argini.
Una poesia di
Cettina Lascia Cirinnà
.
C’è un luogo nel Mondo
Dove la memoria collettiva
Dimora nel silenzio
Non servono croci
A ricordare i caduti
L’erba nasce spontanea
La vita aspetta istante dopo istante
Il loro ritorno
Ogni volta che un bambino nasce
Si rinnova la speranza
Per l’Umanità intera
.
- Nidia Robba nasce a Trieste nel 1924. Già dalla prima infanzia, innamorata della natura e degli animali, trova nel suo piccolo giardino il suo mondo -. Qui vive con gli amati genitori prima, con la amatissima figlia poi. A soli 17 anni frequenta la Facoltà di Lettere a Firenze, dove risiede per alcuni anni.
Fin da giovanissima, viaggia molto in Italia con il padre, innamorato dell’arte, e con la dolcissima madre. Poi intraprende lunghi viaggi in Europa, accompagnata dalla figlia.
L’amore per la scrittura si manifesta fin da bambina, il primo romanzo Nidia Robba lo scrive a 18 anni. Numerosissime sono le sue poesie. Ma per decenni, fino al ’78, la scrittrice getta nel fuoco le sue opere, a causa di una sorta di intimo pudore.
Nel 2002 ha pubblicato “Trieste e la linda” e nel 2003 “Raggi d’amore”, dedicato al 25° anno del Pontificato del Santo Padre. Nel 2004 ha dato alle stampe, in memoria dell’amato cugino Gerard, il volume intitolato “Sotto il segno della nebulosa” e il libro dal titolo “Cinquant’anni in fiore”, per rievocare il ritorno di Trieste all’Italia.
Nella tua pietra…la tinta dell’Aurora
Nell’Odenwald, ossia il bosco di Odino,
fra Heiligenberg, ovver Montesanto
(ch’offre sorprese impesatamente)
e il ripido Königstuhl, sedia del re,
scorre il fiume Nekar sinuosamente
che, come nastro argenteo, va dal Reno.
Sembra un collier, dal qual pende preziosa
la gemma: Heidelberg, la città rosa.
Rosa le sponde, il tassellamento;
rosa le piazze, le rifiniture;
rosa ogni antico basamento;
rosee decorazioni ed orlature.
Rosa il palazzo dell’Università
che dato vita a una gogliardia
allegra, briosa, anche ricordata
nell’operetta “Aidelberga mia”.
Rosa il vecchio Schloss rinascimentale:
di questa città emblema e trofeo.
Alto s’erge il castel sulla valle:
leggiadro, aggraziato, monumentale.
Leggenda narra, che il nano Perkeo
qui di birra, si bevve la gran botte.
Oggi nessuno gareggiar può con lui.
Ma quanta birra si beve ogni notte!
Rosa il vecchio Markt, rosa il museo
anche il “zum Ritter”, del Rinascimento,
antico albergo molto prestigioso.
Rosa ogni importante casamento.
Rosee anche vecchissime taverne.
Rosato l’Alte Brücke che scavalca
il fiume, congiungendo le due sponde:
importante e sicuro fra le onde.
Imponente, gentile, presuntuoso:
un gran custode, pronto alla difesa,
con puntute torrette d’avanguardia.
Oltre il ponte, s’inerpica il sentiero
nella selva dai filosofi amata,
ma anche dai fanatici cercata,
per eclatanti notturni raduni
al Thingstätte, nel gran bosco pagano.
Eppur, più in alto ancora le rovine
(roseo ricordo del culto cristiano)
d’una rosata chiesa carolingia
che sopravvive ancora a ricordare
l’amore che Gesù seppe portare.
Porta Sirena
Con Papà camminavo nella piana
sotto il sole agostano che bruciava
In noi, maggior ardor era nel cuore.
La sorpresa del viaggio che premiava
i miei ottimi voti di fin d’anno,
dinanzi si nostri occhi, era realtà.
In quella campagna salernitana,
come un miraggio sorgevan da terra
le mura megalitiche di Paestum:
la greca Poseidonia, che Poseidon,
il dio del mare, voleva onorare.
Magna Grecia! Più grande della Patria
che trovò, nella nostra bella Esperia,
la su grandezza e il suo prestigio,
lasciando intatte le superbe vestigia:
dalla Campania al mare di Ortigia,
dove la ninfa Aretusa e Sirene,
nell’acque pure vivevano insieme.
Lo stesso mare che bagna la madre.
La stessa macchia ubertosa, odorosa:
pini e roveri, allori e mirti,
per incoronare gli antichi Spirti.
Al centro delle mura, l’apertura:
perfetta entrata, leggermente arcuata.
Sulla chiave di volta: la Sirena.
Quasi in estasi entrai… e lastricata
una via, d’oleandri fiancheggiata,
bianchi e rosati, dal profumo intenso,
portava alla “Polis”, l’antica città.
Ma, nell’attraversare quella porta,
credetti d’entrare nell’eternità.
Tanti, confusi resti affioranti,
dello stesso colore della terra:
del colore che sol può avere il tempo,
ci accompagnarono, fino a davanti,
al fastoso, divino incensamento
ch’è il templio del dio e di Basilica.
A te, signor del mare, quali genti
alzaron mai, un simil monumento?
Se non quelle che in Sunion* t’onoraron?
Di possenti colonne, intatte file,
dalla solida base al capitello,
nel dorico perfette scanalate,
il più antico, bel e adatto stile,
senza decorazioni elaborate,
essenziale per indicare il cielo!
Fra quei sacri fusti, io mi confusi.
Con amor, abbracciai quelle creature,
baciando forte le scanalature.
Mi sembrò quasi, quelle genti d’abbracciare.
Da lor, più non mi separava il tempo!
Forse oltre la porta… Papà m’aspetta.
* Promontorio nell’Attica dove sorgeva un famoso tempio di Poseidon, del quale rimane solo qualche possente colonna.
Amelia Rosselli nasce in Francia nel 1930 dove il padre era fuggito nel 1929 da perseguitato politico; una fuga che segnò la sua vita tormentata, perennemente alla ricerca di un’appartenenza mai acquisita.
Nel 1940 ,con la madre, si trasferisce in Inghilterra, poi negli Stati Uniti, per tornare successivamente in Italia nel 1946.Ritorna in Inghilterra dove si dedica allo studio della musica e della composizione
La vediamo in Italia nel 1948, a Firenze prima e a Roma poi. Comincia a lavorare per alcune case editrici e a dedicarsi a studi letterari e filosofici.
Nel 1950 conosce lo scrittore Rocco Scotellaro che le presenta C.Levi mentre . Negli anni Sessanta viene a contatto con ambienti dell’Avanguardia, dal quale si distacca quasi subito; troppo lontana dalle sperimentazioni linguistiche e dall’impronta maschile del gruppo.
Nella sua opera possiamo parlare di sperimentazione, di una lingua come abbandono a un flusso: il suo particolate flusso.
Fu Pasolini a scoprirla, pubblicando nella rivista letteraria «Il Menabò», nel 1963,versi fatti di distrazione quindi, di una grammatica di errori nell’uso delle consonanti e delle vocali.
Una scrittura fatta di solitudine, silenzio, morte, è quella di “Documento” scritto tra il 1966 e il 1973. I versi «Mi truccai a prete della poesia ma ero morta alla vita» rappresentano alcuni dei versi più esemplificativi ,una poesia dove «la speranza è un danno forse definitivo», e dove il mondo è popolato da «elefanti ottusi».
Ottuso come ciò che non è compreso; e come comprendere del resto, se non vivendolo un conflitto così forte, fatto di interrogativi, sempre alla ricerca della verità impossibile? Diario ottuso (1954-68) è un esempio di prosa della scrittrice ma di una prosa «difficile, interiore quanto la poesia» evidentemente autobiografico.
Ma cosa poteva non essere autobiografico in una donna mossa eternamente dall’amore e dal dolore? Verbi come partire, fuggire, non sapere, non capire accompagnano quest’opera, fatta di pensieri profondamente poetici, di un avventura verso il «terreno nero».
«Ah, potessi avere la leggerezza della prosa» dichiarava essa stessa.
Ma la leggerezza non le appartenne,le appartennero la provocazione, la furia,l’immaginazione delirante. La passione che cercava uno spazio, una lingua che cercava una risposta in tutte le lingue che sapeva,come l’esperienza della raccolta Sleep (1992) ci dimostra, «la vita scritta su carta, là scorre il mio seme folle alla morte».
«Io non sono quello che appaio» aveva scritto in Documento.
Amelia Rosselli, così fragile e così coraggiosa, visse gli ultimi anni della sua vita a Roma, molto malata sia fisicamente che psicologicamente, li vi morì suicida nel 1996.
La Redazione
Se sinistramente
Se sinistramente, ti vidi
apparire, come un sole nero
la tua biondezza, e il sole
recuperava tutto – o quasi
il tutto che in te trovai…
Un tutto che è mascherata
un tutto che è bisogno: semmai
era anche disperante, ritrovarsi
tali e quali all’adolescente
che mai crebbe: un sentimento
di devozione, è tutto ciò
che m’addombra… nell’ammiccare
per una fiotta di baci che
mai desti, né darai ora che
so quanto luminosa era per
me la tua figura sfocatamente
giustiziera, e lo spirito che
tramortendo la vita che
come sempre, scartando le
molte speranze s’annunciava
già la pronta a rinunciare, magari
morendo nello sforzo di non
distinguere tra te e il male…
Però questa ennesima volta
veramente hai saputo riconoscerla
come tale. Butti via le speranze
non sono altro che una fiotta
di baci ingenui e semplici
mentre nel male il vivere
si fa complesso, e ardendo
d’un nulla che è tutto il
mio pieno, la mia bislacca
vita in un mercato che ha
anch’esso il suo destinato
amore di copulazione, si farebbe
come tale la vuoi, disdegnando
d’insegnarmela!
Da: Variazioni belliche
Nell’antica Cina vi erano fiori d’andalusa. Tu non fischi
per me. Il ramo storto della tua vigliaccheria non era che
la bellezza! nel mare liscio e pettinato in un nodoso cranio.
La scultura del tuo amore era un ritornello, sapiente virgola
del maestro che sa sparire dalla tavola sparecchiata.
Il Giappone crudele e distante è la tua patria.
Il Giappone nodoso ed inestricabile è il viaggio che mi
procurerò con la tua assenza.
…
Tutto il mondo è vedovo se è vero che tu cammini ancora
tutto il mondo è vedovo se è vero! Tutto il mondo
è vero se è vero che tua cammini ancora, tutto il
mondo è vedovo se tu non muori! Tutto il mondo
è mio se è vero che tu non sei vivo ma solo
una lanterna per i miei occhi obliqui. Cieca rimasi
dalla tua nascita e l’importanza del nuovo giorno
non è che notte per la tua distanza. Cieca sono
chè tu cammini ancora! cieca sono che tu cammini
e il mondo è vedovo e il mondo è cieco se tu cammini
ancora aggrappato ai miei occhi celestiali.
Da: Documento
I fiori vengono in dono e poi si dilatano
una sorveglianza acuta li silenzia
non stancarsi mai dei doni.
Il mondo è un dente strappato
non chiedetemi perché
io oggi abbia tanti anni
la pioggia è sterile.
Puntando ai semi distrutti
eri l’unione appassita che cercavo
rubare il cuore d’un altro per poi servirsene. .
La speranza è un danno forse definitivo
le monete risuonano crude nel marmo
della mano
Convincevo il mostro ad appartarsi
nelle stanze pulite d’un albergo immaginario
v’erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.
Mi truccai a prete della poesia
ma ero morta alla vita
le viscere che si perdono
in un tafferuglio
ne muori spazzato via dalla scienza.
Il mondo è sottile e piano:
pochi elefanti vi girano, ottusi.
……………
C’è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.
C’è come un rosso nell’albero, ma è
l’arancione della base della lampada
comprata in luoghi che non voglio ricordare
perché anch’essi pesano.
Come nulla posso sapere della tua fame
precise nel volere
sono le stilizzate fontane
può ben situarsi un rovescio d’un destino
di uomini separati per obliquo rumore.
Ciclotimico
Clizia
Io lo so che mi perdo anche dentro lo specchio ristretto
di una polla sorgiva
dove l’acqua increspata riflette
nubi a correre in cielo.
E lo so che mi annego
anche dentro il tuo sguardo di donna,
al frusciar di una gonna
all’idea che per capo mi frulla,
a una dolce illusione da nulla.
Io lo so che mi perdo per gioco
anche dentro la trama conclusa
d’uno stralcio di sogno,
di una dolce promessa delusa.
Libreria, in vetrina
mi sorride
il Montale di Lettere a Clizia,
copertina
che ripaga di rosa l’attesa
di te che ti specchi
e riflessa
mi regali uno sguardo improvviso e un sorriso.
A ogni agosto,
quando il sole arroventa i selciati,
io risalgo quell’erta
che porta
alla piazza su in alto,
che indovino
dai voli impazziti di rondini
e ricerco il tuo sguardo
raddoppiato nei vetri
e mi sembri tornata
mia Clizia,
vaghissimo sogno incosciente
che porti negli occhi il prodigio
di un lampo d’azzurro
e nel riso
un’ipotesi vaga d’amore,
una dolce promessa di niente.
1
Fine d’estate,
nel cielo si alzano
croci piumate
2
Pioggia notturna,
la divina Nefele
danza sul tetto
3
Voglia d’amare,
una debole larva
chiusa nell’ambra
4
Poche sillabe,
i sogni viaggiano su
barche di carta
5
Prati fioriti,
ora un bimbo scalcia
nella memoria
6
Cauti i passi,
il fogliame nasconde
gusci di vita
7
Prime luci: le
palpebre trattengono
sogni infranti
8
Aghi di pino
cadono, del bosco è
l’intimo pianto
9
L’ultima neve,
il mio passaggio non
lascia impronte
1
L’età felice
è terminata. Come
stelle in lutto,
sul muro impronte di
piccole mani sporche.
2
Vecchi ricordi
artigliano l’anima.
Senza difesa
chiudo il dolore in
una bolla d’inchiostro.
3
Ogni giorno si
ripete come mosse
sulla scacchiera
vane strategie per
una partita persa.
Pierluigi Cappello è nato a Gemona del Friuli (UD) nel 1967. Ha diretto la collana di poesia La barca di Babele, edita a Meduno e fondata da un gruppo di poeti friulani nel 1999. Vive a Tricesimo (Udine).
L’ultimo suo libro è Dittico (Liboà, Dogliani 2004), vincitore del premio Montale Europa di poesia.
***
Caffe’
Il caffè può essere un caffè
qualsiasi, l’ordinazione anche
ma quando attendo
stretto dall’ansia di chi attende
faccio delle mie dita tempesta
agitando gli spiccioli che ho in tasca;
di sicuro laggiù
nel buio di cotone dei calzoni
puoi ascoltare teste e croci
sovvertirsi e rincorrersi;
nell’affollato tintinnio
di metallo
avvertire l’attrito
di ciò che prima era verso
ricomporsi in recto
e mentre ansia, burrasca
diradano in bonaccia al passo
della cameriera che appare
sospettare tu
- il miliardesimo eletto -
di avere ritenuto in tasca
la direzione e il senso
dell’universo intero.
(Pierluigi Cappello, da La misura dell’erba)
Nuovo sito: www.pierluigicappello.it


